La presentazione di Gesù al tempio. Meditazione di mons. Eugenio Foti

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Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
“Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele”.

Lc 2, 22-32

«Vieni, Signore, nel tuo tempio santo»
Così implora il versetto del salmo responsoriale.
Stupore e gratitudine ti accolgono. La luce illumina le genti.
Solennità e gioia custodiscono insieme toni sacrificali e di dolore.

Tu, dalla eternità, hai desiderato con ardore nascere da Donna per renderti simile in tutto, tranne che nel peccato, agli uomini.
Ti sei inserito nella loro storia, per condividere la loro vita e l’osservanza della legge: occasione provvidenziale per incontrare nel tempio il tuo popolo che ti attendeva con fede.
Oggi il bambino Gesù è offerto al Padre.
Oggi la Vergine introduce Cristo nel tempio.
Oggi Giuseppe obbedisce alle disposizioni di Jahwè.
Oggi Anna si dimostra profetessa e testimone. (Gabriele Innografo).
Con Simeone è sotto l’azione dello Spirito.
L’uno ha visto il Messia del Signore.
L’altra perché moltiplichino le lodi di Dio.
Maria e Giuseppe ammiravano stupiti sorprendente mistero.
Nel tempio Simeone e Anna accertavano e comunicavano le profezie, condividevano ipotesi di futuri eventi.

Maria, in disparte, pensosa.
«A tal punto il silenzio di Gesù aveva potere e segreta influenza sullo spirito, sulla mente e sul cuore della Vergine divinamente occupata e rapita nel silenzio» (Pierre de Bérulle).
Accanto, quasi in disparte, la Madre scrutava i gesti, fissava i movimenti, interpretava reciprocità di sguardi, incideva nel cuore e nella mente le reazioni del pargoletto, gli comunicava ineffabile serenità nei sopiti sforzi di vocalizzi di eterno dialogo con il Padre. È vero che «senex puerum portabat, puer autem senem regebat», ma è altrettanto vero che le braccia non erano quelle della Madre.
Nelle laboriosità intime dei suoi silenzi intelligenza e amore, grazia e fede, ascesi e quotidianità manifestano la personalità, la maturità di Maria. Ella indagava il saluto dell’Angelo.
Non comprendeva immediatamente i significati delle parole di Gabriele, eppure ravvisava l’eco di memorie dei tempi andati.
Nella lucidità della sua umiltà e riservatezza aderiva al progetto di Dio non ciecamente, ma dopo sapiente riflessione.
Nel fervore di intima contemplazione un silenzio misterioso risuonava nella sua crescita «in età, sapienza e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini» (Lc 2, 51-52).
Vergine santa e benedetta, quando hai presentato il Signore nel tempio con l’offerta del dono proprio dei poveri, hai udito Simeone che preannunziava il Figlio tuo segno di contraddizione e la tua anima trafitta da una spada, affinché fossero svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35).

«Non si può raggiungere una piena conoscenza di Maria e anche del Verbo incarnato, senza conoscere colui che è stato divinamente scelto per la missione di sposo di Maria e padre putativo di Cristo» (A. M. Lèpicier).
Giuseppe, il “giusto” (Mt 1,20), come Simeone (Lc 2,25), era aggregato ai poveri in spirito, agli anawim. L’uomo giusto era timorato di Dio, retto, pio, obbediente, perfetto, santo.
Proprio perché tale nel modo di essere, di pensare, di agire, Giuseppe, grazie alla potenza dell’Altissimo constatò che la maternità verginale di Maria era opera dello Spirito Santo. Accettò tale disegno divino e, senza pretesa alcuna, vi aderì.
È vero, o Vergine beata e tuttasanta, che tu e il Figlio tuo, sorgente e culmine della santità, non dovevate partecipare al rito della purificazione (.). Ma la medesima osservazione vale anche per il battesimo di Gesù e per la sua circoncisione.
Gesù, però, era venuto non per eliminare, ma per completare. A lui il compito di perfezionare, non di scandalizzare e di andare oltre il battesimo dell’acqua e dello spirito.
Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante la sua paternità e la maternità di Maria. Entrambi «con l’incarico di provvedere all’inserimento del Figlio di Dio nel mondo, nel rispetto delle disposizioni divine e delle leggi umane» (Giovanni Paolo II). Egli «ebbe amorevole cura di Maria e con lei si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo» (Sant’Ireneo). Partecipò al mistero dell’incarnazione con Maria sua sposa: sposa «per mezzo della mente e non della carne, per mezzo dell’indivisibile unione degli animi, per mezzo dell’unione dei cuori, nel consenso verginale e santo» (sant’Agostino).

La crescita di Gesù avvenne sotto gli occhi di Giuseppe e di Maria. Egli da parte sua «era loro sottomesso» (Lc 2, 51).

Simeone, uomo dell’attesa, uomo della speranza con gli occhi della fede, animato dallo Spirito, ha contemplato nel bambino il Messia, il Salvatore. Ha intuito con certezza di non avere creduto invano e di poter attendere con tutti il dono della pace e il perdono.
O Signore, «come la Madre tua, Vergine purissima, portò tra le sue braccia te, vera luce, offrendoti a coloro che si trovavano nelle tenebre, così anche noi, tenendo tra le mani questa luce visibile a tutti e illuminati dal suo splendore, ci affrettiamo incontro a te, che sei la vera luce. Tutti insieme veniamo a te, o Cristo, per lasciarci investire dal tuo splendore, per riceverti con il vecchio Simeone, o eterna luce vivente» (San Sofronio di Gerusalemme).
«Offri il Figlio tuo, o Vergine santa, presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno, offri la vittima santa e gradita a Dio per la riconciliazione di tutti noi.
Senz’altro Dio Padre accetterà la nuova oblazione e la preziosissima vittima della quale egli stesso affermò: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto» (San Bernardo).


«Ho due povere cose soltanto, o Signore: il mio corpo e la mia anima; potessi degnamente offrirti queste due povere cose in sacrificio di lode! Meglio, molto meglio che io mi offra a te, piuttosto che essere abbandonato a me stesso. Infatti, se io rimango solo, l’anima mia si agita, ma in te il mio spirito esulta appena si offre a te con piena dedizione. Ti offrirò volentieri la mia vita. Questa, infatti, è un’ostia che placa la tua ira, un’ostia che ti piace, un’ostia viva» (san Bernardo).


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