Nozze di Cana. Meditazione di mons. Eugenio Foti

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«Tu sei andata a una festa di nozze
insieme al Figlio a nozze, o Madre,
ma egli sognava un altro convito
e già vedeva il monte del sangue» (D. M. Turoldo).

Cana, infatti, non è memoria di rosea cronachetta di allegri sponsali.
È un matrimonio, posto in relazione con altri due eventi biblici, datati pure “il terzo giorno”: quello del Sinai e quello di Pasqua.
Un filone salvifico li unisce.
La gloria di Dio li accomuna.
La fede illumina Maria, i discepoli (Andrea, Giovanni, Pietro e Giacomo) e i servi pronti collaboratori. Gesù non ama agire da solo!
È un momento di crescita.
Bisognava progredire.
Sostenuti dalla grazia di Dio e ad essa corrispondenti per scelte personali, occorreva andare oltre: sempre con maggior maturità e gioiosa consapevolezza.
Maria è una presenza singolare e insopprimibile.
Tra la Madre e il Figlio ineffabile intesa, misteriosa comunione di amore, intimità di affetti.
L’eventuale mutamento della celebrazione matrimoniale scaturisce da una normale, quanto allarmante constatazione.
Perviene a Gesù il sussurro turbato di Maria: «Vinun non habent». «È venuto a mancare il vino».
La Madre non chiede che l’acqua sia mutata in vino. Né implora il miracolo.
Sarebbe stata una pretesa inopinata: fuori tempo, fuori modo, fuori luogo.
Al di là della conoscenza che loro avevano di Gesù, una presunzione di novità assoluta: fino a quel momento, Egli non aveva compiuto alcun prodigio.
Maria gli fece sapere soltanto un disagio, una perplessità, il rischio di un fallimento per gli sposi.
A tale notizia inquietante, come se non volesse interessarsene, Gesù con amara attenzione, proietta nel mistero dell’ora: sintesi, compendio, compimento della sua tanto desiderata passione, morte e resurrezione.
In intima filiale, quanto dolorosa confidenza, il Figlio rende la Madre partecipe di una drammatica sofferenza, tanto prossima eppure più che mai intensamente desiderata e riassunta nel termine “ORA”.
Gesù si rivolge a Maria, il Maestro alla discepola. Il Rabbi di Israele chiarisce i ruoli, svolge il compito di guida, specifica il mandato, la funzione, la personale missione di entrambi.
In tale contesto, assolutamente privo di irriverenza, il Figlio chiama la Madre “Donna”. Così spiega il distacco, comunica, indica la diversità tra le proprie competenze e quelle della Donna.
Evidente definizione dalla quale si deduce l’esaltazione di Maria, magnificata, designata e indicata come Figlia di Sion, come popolo di Israele, come la celeste Gerusalemme, sposa di Jahvè, come famiglia di Dio, come Chiesa, come comunità di salvati, ma più specificatamente come la Donna-Madre dell’umanità.
Dalle labbra inaridite del Crocefisso agonizzante, tra singulti e spasimi, eppure deciso, risuonò il riconoscimento all’Addolorata: per essenza, per vocazione e missione Madre universale.
Già Madre dalla sua accettazione con il suo “” a Nazaret, concependo come Figlio, Gesù, il Salvatore, accoglieva come figli nel Figlio tutti i salvati: non c’è Salvatore senza salvati, né salvati senza Salvatore.
«Gesù vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse: – “Donna, ecco tuo Figlio”. Poi disse al discepolo: – “Ecco la tua madre” e da quel momento il discepolo la prese tra le sue cose» (Gv 19, 26-27). (“Tra le sue cose” così come riferisce il termine greco “eis tà idia”. Non “presso di sé” e neppure “nella sua casa”, ma “le sue cose”: l’accolse nel suo patrimonio di fede).

Stupisce ancora l’esortazione di Maria ai servi: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Parole che ripropongono il giuramento l’adesione, la risposta al connubio tra Jahvè e il popolo di Israele: «Tutti i comandi che ha dato il Signore noi li eseguiremo» (Es 24,3).
A Cana Maria non è spettatrice distaccata. Proprio lei che a Nazaret aveva dichiarato: «Ecco la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola» (Lc 1,38), nelle nozze di Cana si unisce ai servi e con loro può esclamare: «Qualunque cosa dirà la facciamo».
Maria, infatti è la Pisteusa, la Credente. «Beata colei che ha creduto» (Lc1,45). «La sua fede non fu mai una fede soddisfatta dello stato presente, immobile, inoperosa. Fu una fede attiva, avida di scrutare più profondamente il segreto di Gesù, e che continuò a svilupparsi nel corso della vita pubblica» (J. Galot).
Come nei discepoli di Gesù e in tutti i credenti «vi fu nella Vergine una crescita progressiva che non presupponeva in lei una perfezione anteriore. Ella passava da una perfezione ad un’altra più integralmente realizzata. La vicinanza di Gesù metteva veramente alla prova la fede di Maria e dei discepoli» (J. Galot).

All’inizio dei suoi segni in Cana di Galilea Gesù manifestò la sua gloria (cfr. Gv 2,11). Quella che il Padre gli aveva donato e che egli aveva donato a noi (cfr Gv17,22)
Di fatti «noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito» (2Cor 3, 18): ecco perché, Maria, glorificata da Gesù, è gloria dell’universo (G. Damasceno), glorioso trono di Dio (Cosma di Maiuma), la più gloriosa del cielo (Modesto di Gerusalemme).
Ecco perché Ireneo di Lione proclama: «Gloria di Dio è l’uomo vivente e la gloria dell’uomo la visione di Dio».
A Cana Maria intercede.
Non chiede. Non supplica.
Interiormente si unisce all’eventuale comportamento di Gesù. La tenerezza della Compassionevole si incontra con la tenerezza del Compassionevole supremo (Lew Gillet). Egli è l’intercessore presso il Padre (cfr. Rm 8,34), unitamente allo Spirito Santo (cfr. Rm 8,26).
La sollecitudine di Maria aggrega tutti.
È il ministero suscitato da Dio e a lui gradito. Abramo intercede per Sodoma (cfr. Gn 18, 16-33). Mosè per il popolo (cfr. Es 32,11-14; 12, 31-32). Paolo per la comunità (cfr. Fil 1,3-4; Col 1,3; 2Ts 1,11).
I beati non cessano di intercedere per noi (CCC956) e per il mondo intero (CCC268).

E voi, assemblea santa di Dio, popolo dire, stirpe sacerdotale non siete assidui intercessori? Non siete animati costantemente dall’amore? La speranza non è il vostro sostegno? Non siete forse audaci nella fede?
«Maria, assunta in cielo, costituisce per il genere umano una fortezza inespugnabile, intercedendo presso il Figlio suo» (Teotecno di Livia).
Massimo il Confessore ne è convinto testimone:
«Ora che sei stata trasferita da questo mondo, con la tua intercessione presso il tuo Figlio e con l’aiuto e con la mano protesa verso coloro che ti implorano, questa porta di grazia e di misericordia è aperta a tutti e tu accogli tutto il mondo ed esaudisci tutte le preghiere.
Tu sei l’interceditrice», modello potentissimo di intercessione (cfr. Paolo VI).
Amen


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