Gesù e l’adultera. Omelia di mons. Eugenio Foti

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In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Di notte, sul monte degli Ulivi, pregando il Padre condivideva, spirava l’eterno amore affinché dalla sua umanità da tutti e da ciascuno potesse fiorire «non sono più io che vivo Cristo vive in me» (Gal 2 10…).
Sostenuto dallo Spirito Paraclito all’alba si recò nel tempio, raggiunto dal popolo.

La sceneggiatura era pronta ad accogliere gli altri protagonisti.
Gli scribi e i farisei avevano tramato un’altra insidia: denunziare la falsità della sua misericordia, per loro autentica bestemmia. Soltanto Jahweh è misericordioso, assoluta tenerezza.
Zelanti e fanatici a sostegno di tale ostilità trascinano dinanzi a lui una donna adultera e sventurata.
Sventurata non tanto perché adultera, quanto perché usata come esca da barattare per la condanna estorta al Nazareno.
Secondo gli ideatori della trappola egli ancora era giovane, non tanto esperto. Gli si sarebbe potuto giustificare qualche eccesso, qualche entusiasmo. Di fatti, però, egli avrebbe avallato la tesi contraria alla sua misericordia.
Eppure il credo di Israele osannava da parte del Signore: «Voglio misericordia e non sacrificio» (Mt 12,7), «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Lc 5, 32). «Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta» (Ez 33,11).
Inoltre la fede di Abramo, di Isacco e di Giacobbe propugnava: «Tu solo, o Dio, conosci il cuore di ognuno» (1Re 8,39).

Che falsità, che ipocrisia: le medesime pietre avrebbero lapidato la peccatrice e Gesù, l’una nel corpo, l’altro nello spirito.
Dinanzi al popolo, a quella donna, a Gesù da annientare, impazzivano nella follia di conseguire il ruolo di difensori dell’ortodossia, approfittando della sventura di quella donna da manipolare. Decisi proprio al suo sterminio, «serrati ad una lega», scaraventarono tutto nel dimenticatoio: notizie di miracoli, di conversione, di catechesi, di concretezza di vita, di notevole sequela, di atti di misericordia.
Tali erano il loro fanatismo, la loro ostilità!

«Sebbene il Nazareno avesse compiuto tanti prodigi dinanzi loro, non prestavano fede in lui affinché si adempisse la parola di Isaia: “Signore, chi ha creduto alla nostra parola? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?”, non credevano in lui.
E non potevano credere perché Isaia aveva detto:
“Ha accecato i loro occhi
e indurito il loro cuore,
perché non vedano con gli occhi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano
e io li risani”» (Gv 12,37-40).

La loro intenzione era nascosta, inconfessabile: mirava a compromettere Gesù, a denunciare Gesù come istigatore della lapidazione dell’adultera. Altro che misericordioso!
Gesù non intendeva condannare. Giocherellava sulla terra preparando gli eventi di salvezza ai quali tendeva.
Probabilmente era un gesto simbolico che richiamava concretamente Geremia 17,13: «Sulla terra verrà scritto chi ti abbandonano, abbandonano te, Signore, sorgente di acqua viva».
Il Salvatore non pronunciò una sentenza, ma dopo una pausa di silenzio, ghirigoreggiando sulla terra, reagì con una risposta nuova, perentoria: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv8.7).
Al suono delle pietre non scagliate, penitenti e purificati, dopo la rinuncia al peccato, gli scribi e i farisei, dagli anziani ai più giovani, si avviarono verso cieli nuovi e terra nuova.
Rimasero soltanto due: solo la donna e l’uomo, l’adultera e Gesù, la misera e la Misericordia.
Gesù, tenerezza misteriosa, delicatezza misericordiosa, perenne, operante a favore degli insidiatori, li sospinge a salvezza.
Alzatosi, con sommo rispetto, la chiamò “donna”, la ispirò ad un esame di coscienza in maniera comprensibile, anche se indiretta, ricca di luce.
Un dialogo di grazia: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ella, ponendosi apertamente tra i peccatori, rispose: «Nessuno, Signore».
Illuminata dall’amore di Gesù e dalla forza dello Spirito, si scoprì vocata a costante itinerario di santità. Novella sposa del Cantico dei cantici.
Soltanto Cristo, venuto a dare la vita per la salvezza dei peccatori, può liberare la donna e i maestri di Israele dal peccato e per tutti può dire: «Non peccare più».

Nel sacramento della penitenza si rinnova per ogni credente il gesto liberatore di Cristo che conferisce la grazia per combattere il peccato o per non peccare.
«O Dio, la tua misericordia è ben grande,
abbi pietà di noi, tu che tanto ci ami.
Nostra ultima speranza,
ab bi pietà di noi
secondo la grandezza della tua misericordia» (Luigi de Blois).


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