
Lc 3,15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Lo Spirito del Signore aleggiava santità su Gesù, immerso nelle acque lustrali del Giordano. Uomo tra gli uomini, egli era stato preconizzato Messia e ravvisato da Giovanni con salvifica certezza: «Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29).
La voce del Padre completava la rivelazione della santa Trinità, presente e operante: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3,22).
Tutto avvince alla contemplazione dell’ineffabile mistero dell’amore di Dio da credere e da vivere, in empatia di redenzione.
È una realtà che travalica lo spazio e il tempo: una sorprendente e coinvolgente alterità che persuade, affascina, trasforma e sublima: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Giusta affermazione l’audace certezza di cieli nuovi e terra nuova: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura» (2Cor 5,17).
«Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). «La nostra patria è nei cieli» (Fil 3,21).
Ivi canteremo le lodi di Dio Padre,
magnificheremo la sua misericordia,
contempleremo la sua tenerezza,
esulteremo partecipi del suo amore,
saremo definitivamente e totalmente ricreati dalla rugiada dello Spirito Santo, stretti al cuore in un unico abbraccio materno, figli nel Figlio, da Maria la Madre.
Tutto ciò accade anche qui ora e in ciascuno risuona celeste armonia.
Qui, però, nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità.
Qui cantiamo morituri, lassù da immortali.
Qui nella speranza, lassù nella realtà.
Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria.
Qui ora cantiamo da viandanti;
cantiamo, sì, ma anche camminiamo.
Ma che significa camminare?
Andare avanti nel bene, progredire nella santità (Sant’Agostino).
Adesso, resi più recettivi all’ascolto dalle precedenti considerazioni, per grazia sentiamo aneliti di filiale relazione con il Signore.
«O Dio, per amore del tuo amore, saziaci» (cfr. Sl 25,11.54,1).
Ne siamo certi: tu ci salvi per amore del tuo nome, per amore di te stesso.
Noi siamo salvati per amore verso di te.
Risuona, infatti, da secoli rassicurante la tua confidenza di Padre: «Di amore eterno io vi ho amato, per questo (vi) conservo ancora la mia pietà» (cfr. Ger 31,3).
Ma in che modo? Come?
«Ha tanto amato il mondo da dare il mio Figlio unigenito, affinché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna… e il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,16-17).
«Dio mandò suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). In tutto simile agli uomini tranne che nel peccato: «Chi di voi potrà mai convincermi di peccato?» (GV8,46).
Perché mai, dunque, si fece battezzare?
Per solidarietà con Giovanni, per la medesima natura umana con i penitenti, per assumersi i loro peccati, sicché «dov’è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20), ma soprattutto per accogliere le parole del Padre che lo rivela Figlio suo prediletto, il primogenito dei figli del suo amore, donati da Gesù a Maria, la Madre sua e Madre nostra.
Ma ancora lo Spirito Santo lo condusse nel deserto per attestare anche in Gesù le tentazioni: faticoso itinerario di vittoria sul peccato, sulla morte e certezza di gloriosa risurrezione.
Quasi in totale immedesimazione con sé stesso, Gesù scongiurava ad avere i suoi sentimenti espressi dall’apostolo Paolo con il verbo ‘annichilire’, intendendo l’assumere la natura umana. (cfr. Fil 2,7). Ma se a tale fenomeno si aggiunge la qualifica di servo, si eleva all’ennesima potenza l’annientamento di Gesù.
Il sostantivo “servo” in greco, infatti, si dice “doulos” cioè schiavo.
Tale espressione, usata per Gesù in questo contesto (Fil 2,7) e per Maria nel Magnificat (cfr. Lc 2,48) esalta l’obbedienza assoluta e l’abbandono totale di entrambi alla volontà di Dio.
Così Gesù: «Io faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8,29). «Il mio cibo è fare sempre la volontà di chi mi ha mandato» (Gv4.34).
Così Maria «Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che mi hai detto» (Lc 1,38).
Se, dunque, per definire l’incarnazione del Verbo san Paolo usa l’affermazione «Annichilì (echenosen) sé stesso prendendo forma di servo» (Fil 2,7), quale espressione certamente più consona potrebbe far capire il mistero di «colui che non aveva conosciuto peccato Dio lo trattò da peccato in nostro favore»? (2Cor 5,21). È il mistero dell’amore trinitario!
Altro che l’incarnazione o la crocefissione hanno annichilito Gesù di Nazaret!
Ma come afferma Virgilio: «omina vincit amor» e come ancora di più Pietro Crisologo completa e capovolge l’amore del Verbo fatto uomo:
«Questa croce non è un pungiglione per me, ma per la morte.
Questi chiodi non mi procurano tanto dolore,
quanto imprimono più profondamente in me l’amore verso di voi.
Queste ferite non mi fanno gemere,
ma piuttosto introducono voi nella mia anima.
Il mio corpo disteso, anziché accrescere la pena,
allarga gli spazi del cuore per accogliervi.
Il mio sangue non è perduto per me,
ma è donato in riscatto per voi».
